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martedì 20 febbraio 2007

Genova per noi

Come ho fatto a non pensarci prima?

Certo non Scola, troppo "di CL", certo non Luigi Papa di Taranto, non Corti (malato), non Caffarra (come Scola, ma ancora piu' conservatore agli occhi dei piu').

Perche' non invece un "ruiniano" non bruciato a livello mediatico, presidente del cda del quotidiano Avvenire (e quindi assolutamente congruente alla linea editoriale Boffo-Ruini-Scienza&Vita), Vescovo (come vorrebbe Bertone), ma di una diocesi cardinalizia come Genova (gia' diocesi di Bertone)?

Così su alcuni quotidiani nazionali - tra cui il "Giornale" - fa oggi capolino il nome del (probabile) nuovo presidente della CEI: S. E. Mons. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova.

Sembra che la quadra si sia trovata, insomma.

Manifestazione?
Il Forum delle Famiglie e il Comitato Scienza & Vita stanno organizzando - probabilmente con un placet informale da parte della CEI - una grande manifestazione a Roma in difesa della famiglia. La data in programma è domenica 25 Marzo, 60° anniversario dell'approvazione dell'articolo 7 della Costituzione italiana (quello dei Patti Lateranensi, per intenderci) da parte dell'Assemblea Costituente. Ad alcuni non sfugge una significativa coincidenza: la manifestazione cadrebbe a questo punto il giorno successivo all'udienza che il Santo Padre ha concesso in piazza San Pietro ai membri del movimento di Comunione e Liberazione, per la maggior parte dei quali si potrebbe prospettare una "due-giorni" romana di tutto rispetto.

sabato 17 febbraio 2007

In estrema sintesi


L'Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina Sociale della Chiesa, realtà culturale cattolica (con sede principale a Verona) particolarmente attiva, ha diramato un proprio comunicato stampa in merito al dibattito attuale sui DICO, prendendo una posizione chiara a favore delle posizioni espresse più volte dal Pontefice e dai Vescovi italiani.

Tra i passaggi più significativi del documento, che ha il pregio di esporre in poche righe una sintesi del pensiero autenticamente "cattolico" in materia, c'è il seguente:


La “convivenza di fatto” non merita il riconoscimento pubblico in nessuna forma, sia perché non si basa sulla assunzione previa di doveri, sia perché contrasta con la centralità della famiglia fondata sul matrimonio prevista dalla Costituzione, sia perché appare assurdo che l’ordinamento giuridico riconosca uno status “di diritto” a conviventi che vogliono rimanerlo solo “di fatto”.


Una legge sulle convivenze come quella presentata dal Consiglio dei Ministri "rappresenterebbe un incentivo ai giovani a non assumersi responsabilità, discriminerebbe le coppie che scelgono di formare una famiglia rispondendo alla profonda esigenza di condivisione propria dell’essere umano e assumendosi l’impegno della procreazione e dell’educazione dei figli – vero bene pubblico da tutelare – , rafforzerebbe l’equiparazione tra desiderio e diritto, aprirebbe la possibilità di successivi ampliamenti dei cosiddetti diritti dei conviventi fino alla piena equiparazione con la famiglia vera."


Sulla base di questi presupposti, "la responsabilità e la legittima autonomia del cattolico impegnato in politica non può separare la legge dalla morale e la coscienza obbliga a fermarsi davanti a un testo legislativo che lede così in profondità la legge di natura. Gli insegnamenti del Magistero su questo punto non lasciano spazio a dubbi. In caso contrario, il limite alla soglia del quale la coscienza deve dire no, si allontana progressivamente, sospinto sempre più in là da una coscienza che dietro la propria autonomia nasconde se stessa."


Il testo integrale del comunicato è consultabile cliccando qui.

martedì 6 febbraio 2007

News dal Montefeltro


Tre interviste in 5 giorni. Un bilancio più che rispettabile per Monsignor Luigi Negri, Vescovo di S. Marino Montefeltro, che in questi giorni non ha mancato di far sentire la propria voce in merito ad alcuni dei problemi più attuali della società italiana. Al centro dell'attenzione, in modo particolare, il dibattito sui PACS. Nell'intervista concessa al "Giornale" lo scorso 1° febbraio il Prelato ha manifestato il proprio disappunto per la condotta politica dei cattolici che si trovano a sostenere, come deputati o ministri, il governo di centro-sinistra, definendo l'atteggiamento dell'UDEUR una "testimonianza di coerenza". Sull'impossibilità di una reale mediazione tra le proposte di legge avanzate in materia e le preoccupazioni dei cattolici il Vescovo è tornato pochi giorni più tardi, il 5 febbraio, questa volta sul Corriere della Sera.

Da ultimo, riportiamo l'intervista pubblicata oggi sul "Resto del Carlino", nella quale Mons. Negri non lesina critiche alla mentalità nichilista, ritenuta ormai predominante nell'intera Emilia Romagna, alla quale Conferenza Episcopale la Diocesi feretrana fa riferimento.

E proprio dall'Emilia Romagna, in questi giorni, c'è chi ipotizza per il Vescovo di San Marino - Montefeltro un futuro alla guida di un'importante Diocesi come Verona. Molto probabilmente si tratta solo di voci, alimentate in parte dalla consapevolezza che la Diocesi di San Marino, per le sue modeste dimensioni (in termini di popolazione), è stata sempre considerata in qualche modo una "diocesi di passaggio". D'altra parte, non è solo la Diocesi di Verona a porre un problema con l'imminente rinuncia - per raggiunti limiti di età - del suo Vescovo, Mons. Carraro; il 20 febbraio di quest'anno raggiungerà i 75 anni anche il pastore di un'altra importante Diocesi del Nord Italia, Mons. Sanguineti (Brescia). Monsignor Sanguineti è stato di poco preceduto da Mons. Mariano De Nicolò, Vescovo di Rimini, che i 75 li ha compiuti lo scorso 22 gennaio. Una Diocesi, quella di Rimini, alla quale la Diocesi di San Marino Montefeltro fino a non molti anni fa è stata legata, prima della sua nuova "sistemazione", ad opera del Sommo Pontefice Paolo VI (con un decreto del 1977) e del suo successore Giovanni Paolo II (con un decreto del 1986).

A prescindere dall'eventuale futura destinazione di Mons. Negri, si può stare sicuri che l'attuale Vescovo di San Marino continuerà a far parlare di sè attraverso le pungenti interviste che da mesi non si stanca di rilasciare ad alcuni dei più importanti quotidiani nazionali.

giovedì 25 gennaio 2007

Anti-discriminazione? Stiamo attenti

Qui in Gran Bretagna sta sollevando grandi polemiche l'"Anti-discrimination bill", che vieta a chiunque di discriminare sulla base dell'orientamento sessuale.

Chiunque vuol dire proprio chiunque, per cui ecco che il salone polifunzionale della parrocchia non potra' essere rifiutato per il ricevimento di una "civil partnership" stile Elton John e soprattutto le agenzie ("private", ma ovviamente accreditate presso lo Stato) che si occupano di adozione non potranno rifiutare coppie omosessuali.

Il cardinale di Westminster Murphy O'Connor ha chiesto che le agenzie cattoliche siano esentate, e l'arcivescovo anglicano di Canterbury si e' espresso anche lui contro. Il governo tuttavia sembra orientato a non permettere alcuna eccezione a questa legge.

Sempre piu', come nel post sulla Christian Union Society all'universita' di Exeter, vengono approvate in giro per l'Europa queste leggi anti-discriminazione. E sempre piu' chiaro si delinea il fatto che piu' che per non discriminare, sono fatte con un preciso intento culturale, per promuovere una "nuova" e moderna" idea di societa' figlia del pensiero unico liberal post-sessantottino.

Per la Chiesa in Inghilterra si apre un momento difficile, che ricorda un po' cio' che successe alla Chiesa tedesca riguardo ai Consultori familiari in grado di fornire il nulla osta all'aborto. Gia' alcune agenzie (di una di queste il cardinale e primate d'Inghilterrra e' anche vicepresidente!) hanno gia' dichiarato la loro non-contrarieta' a questa legge. Altre invece hanno dichiarato che non potrebbero fare altro che chiudere i battenti se fossero obbligate ad applicare questa legge.

Un tema contiguo e' affrontato nel Parlamento italiano in questi mesi: la nuova legge sulla liberta' religiosa, che andrebbe a sostituire la legge sui "culti ammessi dallo stato", promulgata ai tempi di Mussolini e decisamente datata. Per chi ha voglia di leggere, ecco una buona referenza.
Vi terremo informati.

domenica 14 gennaio 2007

Essere Nunzio in Egitto

Per gentile concessione dell'autore, nostro collaboratore al Cairo, riportiamo qui di seguito l'intervista* - pubblicata lo scorso dicembre - a S. E. Mons. Michael Fitzgerald, Nunzio Apostolico in Egitto.

Mostra orgoglioso la foto con Benedetto XVI nel grande studio di questa bella villa ottocentesca in riva al Nilo, nell’esclusivo quartiere di Zamalek. Sceglie attentamente le parole delle risposte (in italiano, potrebbe farlo in altre cinque lingue, tra cui l’arabo, ma chiedo venia). Minimizza (“I giornali dicono tante cose”) quando gli ricordo che la stampa non fu molto tenera con lui alla notizia del trasferimento nell’aprile scorso in Egitto, dopo 20 anni al Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso (di cui gli ultimi 5 da presidente).
Il discorso di Ratisbona e le successive polemiche diventano lo spunto per un lungo colloquio con S. E. Monsignor Michael Fitzgerald, Nunzio Apostolico al Cairo.

Eccellenza, quali sono state le reazioni al discorso del Papa nel mondo arabo e in particolare in Egitto?
Le reazioni sono ben note, sono state reazioni immediate scaturite da un sentimento di offesa. Credo sia emerso soprattutto questo. Credo che si sia percepito un attacco contro il profeta, perché sono state riportate parole che diminuivano il ruolo di Mohammed. Alcuni hanno legato questo ad una politica anti-islamica, mettendo il Santo Padre sullo stesso piano del presidente Bush. E’ stata una dinamica abbastanza comune nel mondo arabo: un sentimento di rabbia al quale si è aggiunto un sospetto circa le intenzioni del Santo Padre. Questo è avvenuto anche dopo, quando il Santo Padre ha detto, e diverse volte, che non aveva intenzione di offendere i musulmani ma la maggior parte ha continuato a pensare che ci fosse comunque qualche cosa dietro.

C’è stato un evidente atteggiamento fazioso dei media arabi, in quanto sono state pubblicate solo le parti più equivoche del discorso, tolte dal loro contesto…
Sì, è vero. Solo il Watanī ha pubblicato il testo integrale. Lo sheikh Tantawi di Al Azhar (la massima autorità tra i sunniti) ha scritto 5 articoli su Al Ahram (il principale quotidiano egiziano) per difendere l’Islam contro questo “attacco”. Lo ha fatto soprattutto per difendere il profeta, per respingere l’accusa che l’Islam sia stato diffuso con la spada e per affermare che l’Islam è una religione ragionevole, mostrando il posto della ragione nell’Islam. Tutto questo non vede il vero contenuto del discorso del Santo Padre, mi sembra che siano stati pochi quelli che hanno visto al di là dell’introduzione del Santo Padre quando cita i documenti criticati. Le argomentazioni che propone, inoltre, non sono sfavorevoli all’Islam.

Leggendo tutto il testo, ci si rende conto che sarebbe altrettanto valido anche senza il riferimento al dialogo tra l’imperatore bizantino e il dotto persiano, che ha originato tante polemiche. Forse lo si poteva non inserire. Le reazioni si sarebbero potute prevedere. Quali sono le ragioni per le quali il Papa ha voluto questa prima parte?
Questo non lo saprei dire. È vero, il discorso su ragione e religione poteva essere fatto senza questa introduzione, si poteva avere un’altra introduzione ma era un punto di partenza che il Santo Padre ha giudicato interessante. È vero anche che c’è una violenza in questo mondo che è praticata in nome dell’Islam. Non direi per motivi strettamente legati all’Islam ma certamente in nome dell’Islam, per esempio da alcuni suicidi che si mostrano col Corano prima di togliersi la vita uccidendo altre persone. Ciò crea un pericoloso legame tra religione e violenza, evidente nel nostro mondo di oggi. Questo non è un attacco contro l’Islam, è un attacco contro un falso intendimento dell’Islam. Anche i musulmani direbbero che questo non è Islam, ma d'altra parte è ciò che si verifica oggi, e di questo tutti noi siamo coscienti. Il fenomeno è profondamente diverso da altri tipi di terrorismo: se si pensa a Sendero luminoso in America Latina o all’Eta nei paesi Baschi, questi gruppi non agiscono in nome della religione. Non sono motivi religiosi che li spingono: questo fenomeno di violenza e religione si trova di fatto solo in questi attentati compiuti da alcuni musulmani. Dire questo non è certamente un’accusa a tutto il mondo islamico.

Avendo visto le reazioni dei media arabi che hanno riportato i passaggi più polemici, come Nunziatura non avete pensato a tradurre il discorso e diffonderlo?
Il discorso è stato tradotto in arabo, ne ho portato una traduzione ancor più accurata allo sheikh Tantawi. Anche la Chiesa locale si è mossa, ad esempio un sacerdote qui al Cairo ha fatto un piccolo volantino spiegando questo discorso: la Chiesa locale ha fatto diverse cose, e non sta necessariamente al Nunzio di prendere il suo posto.

Personalmente come giudica la vicenda?
Questo discorso ha creato difficoltà. Non possiamo negare che ci siano state difficoltà per il dialogo tra cristiani e musulmani, ma sono difficoltà momentanee specialmente a causa di quel sospetto a cui ho accennato prima. Ma non credo assolutamente che questo sia la fine del dialogo, anzi, credo che possiamo andare avanti e discutere alcuni dei temi che sono suggeriti in questo discorso. Bisogna creare il clima per fare questo con calma, senza avere l’impressione che l’uno voglia vincere sull’altro. Deve essere un vero scambio per scoprire le diversità di posizione. Vedremo cosa accadrà. Mi auguro che questo discorso possa essere un incentivo ad un dialogo più profondo.

Per anni è stato al Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Da dove nasce la volontà della Chiesa di comunicare con le altre religioni? Quali sono le ragioni di questo dialogo, cosa c’è alla base di questa volontà?
Ci sono state sempre alcune persone che hanno avuto l’idea di essere vicine a persone di altre religioni, rispettandone il credo, ma non c’è stato un movimento del dialogo interreligioso come invece c’era un movimento ecumenico prima del Concilio Vaticano II. Credo veramente che sia stato il Concilio a dare fondamento al dialogo inter-religioso, che non è solo con i musulmani ma anche con le altre religioni. Credo che non sia una nuova concezione della Chiesa quella presentata dal Concilio ma un altro modo di intenderLa: la Chiesa come sacramento, come segno dell’unione dell’umanità con Dio e dell’unione tra gli esseri umani stessi. La Chiesa è il segno di questo: dunque anche quando le persone non sono cattoliche, quando non fanno parte della Chiesa, esse stanno a cuore alla Chiesa stessa. La Chiesa è un segno di ciò che Dio sta facendo anche attraverso le altre religioni. In questo senso il dialogo fa parte della missione della Chiesa per realizzare il regno di Dio in questo mondo, che troverà la sua pienezza nel mondo venturo. Con questa finalità il Concilio Vaticano II ha prodotto la dichiarazione Nostra Aetate, autentico fondamento non teologico ma pastorale per il dialogo con le altre religioni.

Il dialogo interreligioso - nella fattispecie due religioni come l’Islam e Cristianesimo che si parlano - potrebbe sembrare difficile da immaginare. Cosa vuol dire?
Il dialogo non si fa tra istituzioni, il dialogo avviene tra le persone che appartengono alle istituzioni. La persona è inevitabilmente marcata dalla formazione religiosa che ha ricevuto: non si può astrarre la persona dall’istituzione, perché il dialogo non può che essere tra le persone. Può avvenire solo sulla base di un grande rispetto reciproco e sul principio (sottolineato dal Concilio) della libertà religiosa. Devo rispettare la scelta che ha fatto l’altra persona. Il dialogo può svilupparsi su queste basi anche perché abbiamo tutti dei punti in comune, una vocazione umana che è comune. Dio ci ha creati ed ogni persona si pone le questioni fondamentali dell’esistenza, dell’aldilà. Possiamo trovarci insieme su questo binario.

Come giudica il fatto che, tra le diverse religioni, il rapporto più problematico sembra quello con l’Islam?
Ci sono diverse ragioni. Cristianesimo e Islam sono religioni missionarie, sentono la vocazione di portare il proprio messaggio al mondo intero: il Cristianesimo dice di andare e predicare il Vangelo, l’Islam dice che il suo messaggio è misericordia per tutta l’umanità. Queste spinte missionarie finiscono per “scontrarsi”. Ciò non vuol dire che le altre religioni non siano missionarie, lo è anche il buddismo. C’è un’altra differenza tra Islam e le altre religioni: l’Islam ha un grande impatto sulla vita sociale e politica. Questo fa si che l’incontro coi musulmani sia più difficile perché le loro esigenze sono maggiori rispetto a quelle di altre religioni. Le altre religioni non danno una tale impronta sulla società. L’Islam ha un forte contenuto sociale, che risale alla concezione della legge di Dio da applicarsi in ogni aspetto della vita.

Da presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso a Nunzio Apostolico al Cairo. Come è cambiata la sua missione?
Il Consiglio è un ministero che favorisce il dialogo con tutte le religioni; qui al Cairo ci sono solo (salvo qualche eccezione) cristiani e musulmani. Il Nunzio è il rappresentante del Santo Padre presso il governo egiziano ma Lo rappresenta anche presso la Chiesa locale. Le mie attività in questi mesi sono state intense anche con la Chiesa cattolica, impegno che al dialogo interreligioso non avevo. Sembra strano ma negli anni scorsi, pur essendo in Vaticano, il mio lavoro era meno “religioso” di quanto non lo sia adesso. I contatti con le comunità che vivono e lavorano in Egitto sono un aspetto importante del mio lavoro. L’altro aspetto sono i rapporti con il governo egiziano e la Lega Araba. In particolare mi auguro che si sviluppino i rapporti con quest’ultima. Il delegato della Lega Araba a Roma è accreditato pure presso la Santa Sede: sono stato contento di sapere che anche lui era presente all’udienza che il Santo Padre ha concesso ai diversi ambasciatori musulmani dopo il discorso di Ratisbona. Il Santo Padre ha sottolineato in quell’occasione come la Santa Sede continui a vivere nell’applicazione del Concilio Vaticano II e come non sia cambiato il proprio atteggiamento di apertura manifestato antecedentemente. Le difficoltà sono legate alla situazione politica attuale nel mondo, alle polemiche sulle caricature e a quelle sul velo. C’è la tendenza purtroppo a mettere insieme tutti questi fenomeni anche se non hanno molto a che fare. Il Santo Padre, davanti alle reazioni del mondo musulmano, ha cercato un modo di spiegarsi. E si è trovata questa occasione. A questa udienza sono state invitati anche i rappresentanti delle comunità islamiche italiane. E’ stato un messaggio al mondo intero.

Come vede gli sviluppi futuri del dialogo interreligioso? Verso quale direzione si sta andando?
Non so di preciso verso quale direzione si andrà. Ci sono dei segnali che mi danno fiducia. Vedo la volontà di alcuni giovani cristiani e musulmani di capire la religione dell’altro. Mi sembra che sia un segno di buona volontà. So ad esempio che ad inizio novembre c’è stato un incontro ad Assisi cui hanno partecipato giovani di diverse religioni, per commemorare i 20 anni della Giornata di Preghiera per la Pace. Questi giovani sono realisti, riconoscono le difficoltà del nostro mondo ma esprimono insieme una volontà di andare avanti. E’ lo spirito che dobbiamo comunicare. Il mondo di oggi, nel pluralismo religioso e culturale crescente, chiede questo dialogo, che non è un compromesso. È un modo di comunicare se stessi nel rispetto reciproco.

Amir Tewfik
*L’intervista è stata realizzata prima del viaggio del Santo Padre in Turchia


sabato 13 gennaio 2007

Radici cristiane, sussidiarietà, solidarietà

Dove non arriva l'Europa della burocrazia, del laicismo e del politically correct sembra sia arrivato in questi mesi l'Abruzzo. E' questa la lezione che si può trarre da una prima lettura del nuovo Statuto regionale abruzzese, definitivamente approvato (con due scrutinii) il 12 settembre 2006. All'interno del testo, alle radici cristiane è dedicato il 4° paragrafo dell'art. 2, che sancisce i "principi" dell'ordinamento legislativo regionale. Il testo recita come segue:
4. La Regione riconosce i valori delle sue radici cristiane ed informa il proprio ordinamento al rispetto della dignità umana ed ai principi di libertà, democrazia, giustizia, equità, eticità, uguaglianza, pace, solidarietà, sussidiarietà, pluralismo e promozione della persona umana.
Colpisce, nel medesimo articolo, l'importanza attribuita ad un altro termine chiave per la dottrina sociale della Chiesa, vale a dire il principio di Sussidiarietà. Il concetto viene ripreso nel successivo art. 10, che prende in considerazione l'argomento nella sua duplice dimensione orizzontale e verticale:
Art. 10 La sussidiarietà
1. La Regione sostiene e valorizza l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli o associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale e la realizzazione dei diritti e della solidarietà sociale.
2. La Regione promuove il ruolo delle Autonomie locali e l'associazionismo fra Enti Locali; garantisce la partecipazione degli Enti locali all'attività degli Organi regionali attraverso il Consiglio delle Autonomie locali; applica il principio di decentramento amministrativo.
Che la sussidiarietà sia - soprattutto dopo il Trattato di Amsterdam del 1997 - uno dei principi fondamentali dell'ordinamento giuridico dell'Unione Europea, è cosa nota ai più. Tuttavia, essa è sempre stata intesa in senso "verticale", cioè come modalità di rapporto tra diversi livelli di governo. Il valore più profondo - e in un certo senso "rivoluzionario" per la società contemporanea - del principio di sussidiarietà, tuttavia, non è mai stato seriamente preso in considerazione dal legislatore europeo. Nel testo costituzionale europeo attualmente "congelato", si può dire che la sussidiarietà orizzontale, nei fatti, sia stata deliberatamente ignorata.
Che una regione italiana di medie dimensioni come l'Abruzzo, invece, faccia della sussidiarietà uno dei pilastri del proprio ordinamento - unendosi così ad altre regioni come la Lombardia, che da anni è "in prima linea" da questo punto di vista - è un segnale positivo, per quanto circoscritto. L'auspicio è che alle dichiarazioni di principio, pur necessarie e significative, seguano i fatti. Per una politica realmente impegnata nel valorizzare la persona, invece che nel sostituirsi sistematicamente ad essa.
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c.v.d.
(by John Smith)

Come riportato dal Bollettino della Sala Stampa Vaticana e ancor prima dal nostro blog, e’ stato nominato il Nunzio Apostolico in Italia. Anche il Foglio di sabato faceva notare (come noi il precedente mercoledì) il fatto che il nuovo Nunzio Bertello ed il Segretario di Stato Bertone sono quasi compaesani. Inoltre, riguardo alla successione alla Cattedra arcivescovile di Varsavia, va segnalato che lo stesso giorno della nomina di Bertello, il Santo Padre ha ricevuto in udienza il Cardinale Zenon Grocholewski, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, già da noi segnalato come possibile candidato forte.

mercoledì 10 gennaio 2007

Se voglio essere cristiano dovrò mica credere in Dio?!

Interessante avvenimento in Inghilterra, specificamente all’università di Exeter (riportato anche dal Foglio di oggi). L'associazione Evangelical Christian Union e’ stata espulsa dalla Students’ Union, l’associazione ufficiale degli studenti cui ogni “society” deve far parte per avere finanziamenti e usare le strutture dell’universita’.

Il motivo? Equal Opportunities ovviamente! Lo Statuto dell’associazione prevede che chi vuole farne parte deve credere in Dio e nella chiesa evangelica. Apriti cielo! E’ bastato questo a scaternare le ire della Students’ Union! Discriminazione! Niente e’ valso dire che gli incontri sono aperti a tutti, ma che ovviamente chi vuole entrare a far parte del direttivo dovra’ pur essere “evangelical Christian”, o no? A niente e’ valso dire che stigmatizzare questa come discriminazione sarebbe come “chiedere che vengano ammessi i maschi nella squadra di rugby femminile”.

Ovviamente i ragazzi della Christian Union sono ultra agguerriti e sono arrivati fino alla High Court of Justice per difendersi. Ben Martin (non spaventatevi, in foto qui accanto!) ha dichiarato alla BBC: "Going to court is the last thing we want to do, but we really feel that our fundamental freedoms of belief, association and expression are being threatened here. We are quite prepared to stand up for those freedoms, hence why we are going to court." Martin ha anche definito l'azione della Students' Union come un "blatant infringement of our rights".

La Students’ Union ha dichiarato: “The Evangelical Christian Union is the only society identified that has barriers to entry - both for membership of the society and to be on the committee of the society. […] This is certainly not a debate regarding the beliefs of the society, it is one of equal opportunities”. Interessante soprattutto sottolineare la parola “identified”. Certo le associazioni musulmane non brillano per aperture a fedeli di alter religioni, ma hanno l’intelligenza “politica” di farla franca, oltre alla “copertura” multi-culti dei soliti benpensanti.

Stupisce favorevolmente la presa di posizione dell’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, primate della Comunione Anglicana. Egli ha infatti dichiarato: “the refusal by some student unions to recognise evangelical Christian groups looked like a fear of open argument".

Non è la prima volta che capita una cosa del genere. L’anno scorso era capitato un caso analogo all’Università di Birmingham. Qui veniva aggiunta una ulteriore ragione veramente al di là del bene e del male: la Society era aperta a “men and women”, discriminando in questo modo i transgender!!

Da quel che ho letto la storia non è priva di lati oscuri, e qualche “pulce” si potrebbe fare anche agli studenti della Christian Union. Tuttavia l'idea di espellere una Society perchè ha una identità e quindi è discriminatoria è veramente assurda. E l’assurdità è talmente evidente che non so neanche come commentarla!

Quello che posso dirvi è che andrò a chiedere lumi ai membri della Christian Union della mia università. Vi riferirò delle mie indagini.

Da amante della politica mi verrebbe da dire che se i membri della Christian Union sono numericamente abbastanza, avrebbero solo da iscriversi alle altre Societies e farsi eleggere nei direttivi: un invasione pacifica in massa conquistando posti nelle Female Rugby, Gay&Lesbian, Muslim, Jew, Sikh&Punjabi, African. Insomma: dimostrare l'assurdità di una cosa del genere eleggendo un maschio di 20 anni a capo della squadra di Rugby Femminile porterebbe forse portare un po' di disincanto a questi politichini della Students' Union di Exeter.

domenica 7 gennaio 2007

Le dimissioni di Mons. Wielgus - Una precisazione

Un clima torbido ha caratterizzato prima le rivelazioni e poi le polemiche che hanno portato alle dimissioni di mons. Wielgus. Lo denuncia il direttore della Sala Stampa della Santa Sede e della Radio Vaticana, padre Federico Lombardi, intervenuto sulla vicenda ai microfoni dell'emittente pontificia. «A tanti anni di distanza dalla fine del regime comunista, venuta a mancare la grande e inattaccabile figura di Papa Giovanni Paolo II, l'attuale ondata di attacchi alla chiesa Cattolica in Polonia, più che di una sincera ricerca di trasparenza e verità, ha molti aspetti - afferma il portavoce vaticano - di una strana alleanza fra i persecutori di un tempo e altri suoi avversari e di una vendetta da parte di chi nel passato l'aveva perseguitata ed è stato sconfitto dalla fede e dalla voglia di libertà del suo popolo». Secondo padre Lombardi, anche se le odierne dimissioni rappresentano «una soluzione adeguata», ugualmente «è bene osservare che il caso di mons. Wielgus non è il primo e non sarà probabilmente l'ultimo caso di attacco a personalità della Chiesa in base a documentazione dei servizi del passato regime: si tratta di un materiale sterminato e nel cercare di valutarne il valore e di trarne conclusioni attendibili, non bisogna dimenticare che è stato prodotto da funzionari di un regime oppressivo e ricattatorio».
(clicca qui per ascoltare la dichiarazione di padre Lombardi)

Varsavia: Wielgus presenta le dimissioni al Santo Padre

Non è una sorpresa, ma neanche una bella notizia!

Comunicato della Nunziatura Apostolica in Polonia, 07.01.2007


La Nunziatura Apostolica in Polonia comunica che Sua Eccellenza Mons. Stanisław Wielgus, Arcivescovo Metropolita di Varsavia, nel giorno in cui era previsto l’ingresso nella basilica cattedrale, per dare inizio al suo ministero pastorale nella Chiesa di Varsavia, ha rassegnato a Sua Santità Benedetto XVI le dimissioni dall’ufficio canonico a norma del can. 401 § 2 del Codice di Diritto Canonico.

Il Santo Padre ha accettato le dimissioni dell’Arcivescovo Stanisław Wielgus ed ha nominato Sua Eminenza il Card. Józef Glemp, Primate di Polonia, Amministratore Apostolico dell'Archidiocesi di Varsavia fino a nuovo provvedimento.

Varsavia, 7 gennaio 2007

+ Józef Kowalczyk

Nunzio Apostolico in Polonia


Da sottolineare il motivo delle dimissioni, che può essere inferito dal citato canone 401 §2:

"Il Vescovo diocesano che per infermità o altra grave causa risultasse meno idoneo all'adempimento del suo ufficio, è vivamente invitato a presentare la rinuncia all'ufficio."

Questo lascerebbe intendere che Wielgus sia "stato dimesso", o piuttosto - volendo fare meno dietrologie - che abbia rimesso il suo mandato nelle mani del Santo Padre, il quale ha deciso di provvedere diversamente per la diocesi di Varsavia.

sabato 6 gennaio 2007

Polonia: memoria e identità

La vicenda dell'Arcivescovo eletto di Varsavia, Monsignor Stanislaw Wielgus, accusato di aver collaborato - a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta - con i servizi segreti della Repubblica Popolare Polacca, apre uno spiraglio sul clima che si respira in un Paese che ancora non riesce a regolare definitivamente i conti con il proprio tragico passato. E' comprensibile lo sgomento che può provare una popolazione a lungo soggetta a una dittatura atea e anticristiana nel venire a sapere che parte del proprio clero, vertici compresi, fino a "pochi" anni prima è stata in qualche modo collusa con quel potere. Il Sommo Pontefice peraltro - come riporta l'articolo cui si riferisce il precedente link - incontrando il clero della città di Varsavia il 25 maggio scorso si è espresso nei seguenti termini in merito ai dossier sul clero collaborazionista:
«Conviene tuttavia guardarsi dalla pretesa di impancarsi con arroganza a giudici delle generazioni precedenti, vissute in altri tempi e in altre circostanze. Occorre umile sincerità per non negare i peccati del passato, e tuttavia non indulgere a facili accuse in assenza di prove reali o ignorando le differenti precomprensioni di allora».
A fronte delle polemiche di questi giorni, oltretutto, c'è anche chi - nonostante alcuni sondaggi dicano che oltre i due terzi dei cattolici polacchi guardi con preoccupazione e sconcerto alla nomina di Mons. Wielgus - ritiene opportuno denunciare la"psicosi della de-comunizzazione", secondo la quale "si può costruire un futuro migliore solo eliminando e purificando ciò che appartiene al passato, dal premier fino al dipendente comunale". Giudizio, questo, che si alimenta anche della constatazione che "negli anni '70 quasi tutti i sacerdoti venivano avvicinati e contattati dai servizi segreti, non ci si poteva rifiutare. Inoltre le informazioni che passava [(Mons. Wielgus, NdR] ai Servizi pare siano del tutto marginali (le dispute personali tra i sacerdoti della curia) e non hanno mai messo a rischio terzi".
Premettendo dunque che "nell'ottica cristiana non c'è l'oblio, c'è il perdono, (...) la scelta di Wielgus, seppur controversa, assume un senso". E' quanto afferma Oscar, giovane cattolico di origine polacca da anni residente in Italia, nel commentare gli sviluppi della vicenda del presule.
Mai come in questa circostanza, probabilmente, le future decisioni della Sede Apostolica rappresenteranno un giudizio chiaro e - in un certo senso - definitivo su una questione che, al di là del caso particolare, di frequente mette in crisi le coscienze di quei cattolici che in passato - e non solo - sono stati duramente perseguitati dal potere politico. Di sicuro, in una nazione in cui è più che mai vivo il ricordo di due "baluardi cattolici" contro il regime comunista come il Cardinale Stefan Wyszynski - Primate di Polonia - e il Papa Giovanni Paolo II (il quale peraltro da Cardinale era meno temuto del Primate dai servizi segreti comunisti, e ritenuto più "docile") non sarà per nulla facile cancellare con un colpo di spugna i risentimenti che ancora covano nei confronti di quanti, negli anni della persecuzione, con quel regime hanno in misura diversa collaborato.

lunedì 25 dicembre 2006

Riposi in pace


Ha suscitato scalpore la decisione del Vicariato di Roma di non dare il proprio assenso alla celebrazione di funerali religiosi per Piergiorgio Welby, la cui vita, segnata dalla malattia che l'aveva costretto all'immobilità, è stata spenta mercoledì notte per l'intervento di un medico che, dopo aver sedato il malato, ha staccato il respiratore che lo teneva in vita. Nel comunicato diffuso nei giorni successivi si legge che “a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica. Non vengono meno però la preghiera della Chiesa per l’eterna salvezza del defunto e la partecipazione al dolore dei congiunti”.

A nostro avviso, tuttavia, suscitano ancora più scalpore le reazioni di quanti - politici e non - hanno pubblicamente manifestato la propria riprovazione per una decisione che, a loro avviso, "manca di umanità". "E' stato un errore non far prevalere la pietà cristiana e non consentire i funerali religiosi come i familiari di Piergiorgio Welby avevano chiesto", ha affermato il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio. Tra le tante espressioni di dissenso - condite da grida quali "vergogna!" - si è registrato anche l'episodio di un'anziana parrocchiana che, di fronte al rifiuto del Vicariato, si è rifiutata a sua volta di prendere l'eucarestia, in segno di protesta.
Balza agli occhi l'inevitabile contraddizione costituita da chi ostinatamente persegue una condotta di vita del tutto contraria ai principi fondamentali del Cristianesimo, ma pretende poi di giudicare come la Chiesa Cattolica dovrebbe comportarsi in determinate situazioni. I paladini del "diritto alla morte" dovrebbero rendersi conto che la Chiesa, in quanto corpo vivente di Cristo, è una realtà non riducibile alla volontà politica di nessuno, anche quando si tratta di un funerale.
Ancora una volta, rimane il rammarico per l'ennesima ingerenza dell'ideologia laicista che pretende di fare della Chiesa Cattolica una propria succursale; ancora di più, davanti alla ferma volontà di Welby di farsi togliere la vita, rimane l'indignazione per la barbarie mediatica che ha fagocitato il dramma di una persona, ad opera chi è disposto a strumentalizzare la vita di un uomo per un obiettivo politico. A proposito di "decisioni disumane"...