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sabato 17 febbraio 2007

Il KGB complottò contro Pio XII? Parla Padre Gumpel

ROMA, giovedì, 15 febbraio 2007 (www.zenit.org).- Hanno destato scalpore le rivelazioni dell’ex Generale dei servizi segreti rumeni, Ion Mihai Pacepa, secondo cui l’opera teatrale "Il Vicario" di Rolf Hochhuth sarebbe stata confezionata e utilizzata dal KGB per screditare il Pontefice Pio XII. Le rivelazioni del Generale di Stato Maggiore Pacepa, ex consigliere del Presidente Nicolae Ceausescu, poi fuggito e rifugiato negli Stati Uniti, sono state pubblicate dal National Review Online, una rivista telematica statunitense che si occupa di storia (cfr. “Moscow’s Assault on the Vatican”). In queste memorie, l’ex responsabile dei servizi segreti rumeni racconta anche di tentativi di infiltrazioni in Vaticano e del coinvolgimento del Cardinale Agostino Casaroli in una politica debole nei confronti dei sovietici. Intervistato da ZENIT, padre Peter Gumpel, Relatore della causa di beatificazione di Pio XII, in merito all’opera teatrale “Il Vicario” di Rolf Hochhuth, che diede vita alla campagna di calunnie e discredito nei confronti del Pontificato di Papa Pacelli, ha ricordato che l’opera originale durava otto ore, e che secondo i critici teatrali era “evidentemente scritta da un principiante”. Per migliorare e rendere fruibile la sua opera giunse in aiuto di Hochhuth un abile regista e produttore, Erwin Piscator, che secondo il padre gesuita “era dichiaratamente comunista. Rifugiato in Unione Sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale, lavorò in Germania e negli Stati Uniti in uffici e università notoriamente filocomuniste”. Padre Gumpel, che è un esperto conoscitore del periodo storico e della politica della Santa Sede negli anni a cui fa riferimento l’ex spia comunista, sostiene che “non c’è dubbio che la riduzione dell’opera a sole due ore, l’impianto del testo con le calunnie contro Pio XII sono attribuibili all’influenza di Piscator”. Circa le responsabilità dell’Unione sovietica in questa operazione il padre gesuita ha spiegato che “in Vaticano si sapeva da molto tempo che la Russia bolscevica era all’origine di questa campagna di discredito nei confronti di Pio XII”. “La cosa era confermata dal fatto che nei Paesi occupati dai comunisti dopo la Seconda Guerra Mondiale, ‘Il Vicario’ di Hochhuth venne rappresentato in maniera obbligatoria almeno una volta all’anno in tutte le grandi città”, ha continuato padre Gumpel. “Se si vanno a vedere i quotidiani e le riviste comuniste, come l’Unità in Italia e l’Humanitè in Francia – ha continuato padre Gumpel –, è facile constatare la grande propaganda che fecero e che fanno tuttora per l’opera di Hochhuth. Quindi sotto questo punto di vista non ci sono dubbi in merito all’influenza comunista”. “Insomma – ha affermato il padre gesuita – non posso sostenere che Hochhuth fosse un agente dei russi, ma che la sua opera fosse pesantemente influenzata da quell’apparato, questo è evidente”. A questo proposito padre Pierre Blet, storico di fama anch’egli gesuita, ha più volte affermato che "il dramma di Hochhuth non fa parte della storiografia e pertanto è come se non esistesse. Se ha prodotto tanto chiasso è perché si tratta di un artificio imbastito da Mosca per guidare una campagna contro Pio XII e screditarlo". Secondo padre Gumpel, grazie a “‘Il Vicario’ Hochhuth ha goduto della propaganda dei comunisti ma anche dei nemici della Chiesa, ed è interessante notare che la sua rappresentazione fu respinta a Roma ma anche in Israele”. Circa la credibilità del Generale Ion Mihai Pacepa, il padre gesuita ha detto che “bisogna tenere presente che è il più alto funzionario dei servizi segreti dei Paesi dell’Est Europa che mai sia fuggito in Occidente, e che su molte delle storie da lui raccontate bisogna fare delle precisazioni”. In merito ai tentativi sovietici di infiltrare agenti in Vaticano – che l’ex spia romena dice essere riusciti con successo –, padre Gumpel ha ricordato che in due istituzioni della Compagnia di Gesù e cioè al Pontificio Istituto Orientale e al Collegio Pontificio Russicum, i sovietici “hanno tentato di intromettere dei seminaristi spie”. “Si tratta di una vicenda che conosco direttamente – ha raccontato –. E’ stato facile scoprirli perché il loro comportamento ha suscitato tanti e tali sospetti che alla fine vennero cacciati via. Era chiaro che non avevano una vocazione”. Padre Gumpel ha detto di nutrire invece moti dubbi sulle spie sovietiche che secondo il Generale romeno sarebbero penetrate nell’Archivio Segreto Vaticano e avrebbero trafugato del materiale per costruire le calunnie contro Pio XII. Padre Sergio Pagano, Prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, ha scritto a padre Gumpel che “nel periodo di cui parla l’ex spia romena, le carte di Pio XII non erano ancora nell’Archivio Segreto Vaticano. Gli atti che a loro interessavano si trovavano nell’Archivio della Segreteria di Stato”. A questo proposito il padre gesuita ha spiegato che “chi non è particolarmente informato di come funzionano le cose in Vaticano, fa facilmente confusione tra l'Archivio Segreto Vaticano e l’Archivio della Segreteria di Stato”. Padre Gumpel ha quindi detto a ZENIT che tali rivelazioni “confermano ciò che sapevano da tempo e che padre Pierre Blet aveva più volte rilevato”. Tuttavia, ha aggiunto, “non eravamo a conoscenza del modo così diretto, esplicito e particolareggiato di come Hochhuth sia stato influenzato dai sovietici”. Nella seconda parte delle sue rivelazioni il Generale Pacepa sostiene di aver incontrato a Ginevra l’allora monsignor Agostino Casaroli per facilitare un modus vivendi tra la Santa Sede e l’Unione Sovietica, e ci sarebbe stata pure una offerta di denaro. Per Gumpel “tutta questa parte è molto difficile da credere. Anche se devo ammettere che personalmente sono stato molto scettico sulla Ostopolitik e non solo per quanto sapevo del mondo comunista ma anche per quello che diversi Cardinali, che vivevano nella parte occupata dai russi, mi avevano detto”. Il padre gesuita ha poi raccontato: “Grazie ai contatti diretti che avevo con i Cardinali Alfred Bengsch di Berlino, László Lékai e József Mindszenty di Ungheria, posso dire che tutti e tre erano molto contrari alla Ostopolitik . Non ne volevano sentir parlare”. Nel complesso padre Gumpel ha spiegato che “bisogna essere estremamente prudenti e cercare di verificare i fatti. Ci sono domande per le quali non abbiamo risposte, per esempio quando si è incontrato con Casaroli? In quale albergo? Per esempio lui dice che hanno trovato documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, documenti scritti da chi? Indirizzati a chi? Datati quando, che tipo di documenti? ecc.” “Insomma – ha concluso il sacerdote gesuita – bisogna anche tener conto che le spie devono giustificare la loro esistenza e devono dar valore anche a cose di scarsa o nessuna importanza. Molte volte si danno della arie e in alcuni casi si inventano delle cose…”.

domenica 14 gennaio 2007

Essere Nunzio in Egitto

Per gentile concessione dell'autore, nostro collaboratore al Cairo, riportiamo qui di seguito l'intervista* - pubblicata lo scorso dicembre - a S. E. Mons. Michael Fitzgerald, Nunzio Apostolico in Egitto.

Mostra orgoglioso la foto con Benedetto XVI nel grande studio di questa bella villa ottocentesca in riva al Nilo, nell’esclusivo quartiere di Zamalek. Sceglie attentamente le parole delle risposte (in italiano, potrebbe farlo in altre cinque lingue, tra cui l’arabo, ma chiedo venia). Minimizza (“I giornali dicono tante cose”) quando gli ricordo che la stampa non fu molto tenera con lui alla notizia del trasferimento nell’aprile scorso in Egitto, dopo 20 anni al Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso (di cui gli ultimi 5 da presidente).
Il discorso di Ratisbona e le successive polemiche diventano lo spunto per un lungo colloquio con S. E. Monsignor Michael Fitzgerald, Nunzio Apostolico al Cairo.

Eccellenza, quali sono state le reazioni al discorso del Papa nel mondo arabo e in particolare in Egitto?
Le reazioni sono ben note, sono state reazioni immediate scaturite da un sentimento di offesa. Credo sia emerso soprattutto questo. Credo che si sia percepito un attacco contro il profeta, perché sono state riportate parole che diminuivano il ruolo di Mohammed. Alcuni hanno legato questo ad una politica anti-islamica, mettendo il Santo Padre sullo stesso piano del presidente Bush. E’ stata una dinamica abbastanza comune nel mondo arabo: un sentimento di rabbia al quale si è aggiunto un sospetto circa le intenzioni del Santo Padre. Questo è avvenuto anche dopo, quando il Santo Padre ha detto, e diverse volte, che non aveva intenzione di offendere i musulmani ma la maggior parte ha continuato a pensare che ci fosse comunque qualche cosa dietro.

C’è stato un evidente atteggiamento fazioso dei media arabi, in quanto sono state pubblicate solo le parti più equivoche del discorso, tolte dal loro contesto…
Sì, è vero. Solo il Watanī ha pubblicato il testo integrale. Lo sheikh Tantawi di Al Azhar (la massima autorità tra i sunniti) ha scritto 5 articoli su Al Ahram (il principale quotidiano egiziano) per difendere l’Islam contro questo “attacco”. Lo ha fatto soprattutto per difendere il profeta, per respingere l’accusa che l’Islam sia stato diffuso con la spada e per affermare che l’Islam è una religione ragionevole, mostrando il posto della ragione nell’Islam. Tutto questo non vede il vero contenuto del discorso del Santo Padre, mi sembra che siano stati pochi quelli che hanno visto al di là dell’introduzione del Santo Padre quando cita i documenti criticati. Le argomentazioni che propone, inoltre, non sono sfavorevoli all’Islam.

Leggendo tutto il testo, ci si rende conto che sarebbe altrettanto valido anche senza il riferimento al dialogo tra l’imperatore bizantino e il dotto persiano, che ha originato tante polemiche. Forse lo si poteva non inserire. Le reazioni si sarebbero potute prevedere. Quali sono le ragioni per le quali il Papa ha voluto questa prima parte?
Questo non lo saprei dire. È vero, il discorso su ragione e religione poteva essere fatto senza questa introduzione, si poteva avere un’altra introduzione ma era un punto di partenza che il Santo Padre ha giudicato interessante. È vero anche che c’è una violenza in questo mondo che è praticata in nome dell’Islam. Non direi per motivi strettamente legati all’Islam ma certamente in nome dell’Islam, per esempio da alcuni suicidi che si mostrano col Corano prima di togliersi la vita uccidendo altre persone. Ciò crea un pericoloso legame tra religione e violenza, evidente nel nostro mondo di oggi. Questo non è un attacco contro l’Islam, è un attacco contro un falso intendimento dell’Islam. Anche i musulmani direbbero che questo non è Islam, ma d'altra parte è ciò che si verifica oggi, e di questo tutti noi siamo coscienti. Il fenomeno è profondamente diverso da altri tipi di terrorismo: se si pensa a Sendero luminoso in America Latina o all’Eta nei paesi Baschi, questi gruppi non agiscono in nome della religione. Non sono motivi religiosi che li spingono: questo fenomeno di violenza e religione si trova di fatto solo in questi attentati compiuti da alcuni musulmani. Dire questo non è certamente un’accusa a tutto il mondo islamico.

Avendo visto le reazioni dei media arabi che hanno riportato i passaggi più polemici, come Nunziatura non avete pensato a tradurre il discorso e diffonderlo?
Il discorso è stato tradotto in arabo, ne ho portato una traduzione ancor più accurata allo sheikh Tantawi. Anche la Chiesa locale si è mossa, ad esempio un sacerdote qui al Cairo ha fatto un piccolo volantino spiegando questo discorso: la Chiesa locale ha fatto diverse cose, e non sta necessariamente al Nunzio di prendere il suo posto.

Personalmente come giudica la vicenda?
Questo discorso ha creato difficoltà. Non possiamo negare che ci siano state difficoltà per il dialogo tra cristiani e musulmani, ma sono difficoltà momentanee specialmente a causa di quel sospetto a cui ho accennato prima. Ma non credo assolutamente che questo sia la fine del dialogo, anzi, credo che possiamo andare avanti e discutere alcuni dei temi che sono suggeriti in questo discorso. Bisogna creare il clima per fare questo con calma, senza avere l’impressione che l’uno voglia vincere sull’altro. Deve essere un vero scambio per scoprire le diversità di posizione. Vedremo cosa accadrà. Mi auguro che questo discorso possa essere un incentivo ad un dialogo più profondo.

Per anni è stato al Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Da dove nasce la volontà della Chiesa di comunicare con le altre religioni? Quali sono le ragioni di questo dialogo, cosa c’è alla base di questa volontà?
Ci sono state sempre alcune persone che hanno avuto l’idea di essere vicine a persone di altre religioni, rispettandone il credo, ma non c’è stato un movimento del dialogo interreligioso come invece c’era un movimento ecumenico prima del Concilio Vaticano II. Credo veramente che sia stato il Concilio a dare fondamento al dialogo inter-religioso, che non è solo con i musulmani ma anche con le altre religioni. Credo che non sia una nuova concezione della Chiesa quella presentata dal Concilio ma un altro modo di intenderLa: la Chiesa come sacramento, come segno dell’unione dell’umanità con Dio e dell’unione tra gli esseri umani stessi. La Chiesa è il segno di questo: dunque anche quando le persone non sono cattoliche, quando non fanno parte della Chiesa, esse stanno a cuore alla Chiesa stessa. La Chiesa è un segno di ciò che Dio sta facendo anche attraverso le altre religioni. In questo senso il dialogo fa parte della missione della Chiesa per realizzare il regno di Dio in questo mondo, che troverà la sua pienezza nel mondo venturo. Con questa finalità il Concilio Vaticano II ha prodotto la dichiarazione Nostra Aetate, autentico fondamento non teologico ma pastorale per il dialogo con le altre religioni.

Il dialogo interreligioso - nella fattispecie due religioni come l’Islam e Cristianesimo che si parlano - potrebbe sembrare difficile da immaginare. Cosa vuol dire?
Il dialogo non si fa tra istituzioni, il dialogo avviene tra le persone che appartengono alle istituzioni. La persona è inevitabilmente marcata dalla formazione religiosa che ha ricevuto: non si può astrarre la persona dall’istituzione, perché il dialogo non può che essere tra le persone. Può avvenire solo sulla base di un grande rispetto reciproco e sul principio (sottolineato dal Concilio) della libertà religiosa. Devo rispettare la scelta che ha fatto l’altra persona. Il dialogo può svilupparsi su queste basi anche perché abbiamo tutti dei punti in comune, una vocazione umana che è comune. Dio ci ha creati ed ogni persona si pone le questioni fondamentali dell’esistenza, dell’aldilà. Possiamo trovarci insieme su questo binario.

Come giudica il fatto che, tra le diverse religioni, il rapporto più problematico sembra quello con l’Islam?
Ci sono diverse ragioni. Cristianesimo e Islam sono religioni missionarie, sentono la vocazione di portare il proprio messaggio al mondo intero: il Cristianesimo dice di andare e predicare il Vangelo, l’Islam dice che il suo messaggio è misericordia per tutta l’umanità. Queste spinte missionarie finiscono per “scontrarsi”. Ciò non vuol dire che le altre religioni non siano missionarie, lo è anche il buddismo. C’è un’altra differenza tra Islam e le altre religioni: l’Islam ha un grande impatto sulla vita sociale e politica. Questo fa si che l’incontro coi musulmani sia più difficile perché le loro esigenze sono maggiori rispetto a quelle di altre religioni. Le altre religioni non danno una tale impronta sulla società. L’Islam ha un forte contenuto sociale, che risale alla concezione della legge di Dio da applicarsi in ogni aspetto della vita.

Da presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso a Nunzio Apostolico al Cairo. Come è cambiata la sua missione?
Il Consiglio è un ministero che favorisce il dialogo con tutte le religioni; qui al Cairo ci sono solo (salvo qualche eccezione) cristiani e musulmani. Il Nunzio è il rappresentante del Santo Padre presso il governo egiziano ma Lo rappresenta anche presso la Chiesa locale. Le mie attività in questi mesi sono state intense anche con la Chiesa cattolica, impegno che al dialogo interreligioso non avevo. Sembra strano ma negli anni scorsi, pur essendo in Vaticano, il mio lavoro era meno “religioso” di quanto non lo sia adesso. I contatti con le comunità che vivono e lavorano in Egitto sono un aspetto importante del mio lavoro. L’altro aspetto sono i rapporti con il governo egiziano e la Lega Araba. In particolare mi auguro che si sviluppino i rapporti con quest’ultima. Il delegato della Lega Araba a Roma è accreditato pure presso la Santa Sede: sono stato contento di sapere che anche lui era presente all’udienza che il Santo Padre ha concesso ai diversi ambasciatori musulmani dopo il discorso di Ratisbona. Il Santo Padre ha sottolineato in quell’occasione come la Santa Sede continui a vivere nell’applicazione del Concilio Vaticano II e come non sia cambiato il proprio atteggiamento di apertura manifestato antecedentemente. Le difficoltà sono legate alla situazione politica attuale nel mondo, alle polemiche sulle caricature e a quelle sul velo. C’è la tendenza purtroppo a mettere insieme tutti questi fenomeni anche se non hanno molto a che fare. Il Santo Padre, davanti alle reazioni del mondo musulmano, ha cercato un modo di spiegarsi. E si è trovata questa occasione. A questa udienza sono state invitati anche i rappresentanti delle comunità islamiche italiane. E’ stato un messaggio al mondo intero.

Come vede gli sviluppi futuri del dialogo interreligioso? Verso quale direzione si sta andando?
Non so di preciso verso quale direzione si andrà. Ci sono dei segnali che mi danno fiducia. Vedo la volontà di alcuni giovani cristiani e musulmani di capire la religione dell’altro. Mi sembra che sia un segno di buona volontà. So ad esempio che ad inizio novembre c’è stato un incontro ad Assisi cui hanno partecipato giovani di diverse religioni, per commemorare i 20 anni della Giornata di Preghiera per la Pace. Questi giovani sono realisti, riconoscono le difficoltà del nostro mondo ma esprimono insieme una volontà di andare avanti. E’ lo spirito che dobbiamo comunicare. Il mondo di oggi, nel pluralismo religioso e culturale crescente, chiede questo dialogo, che non è un compromesso. È un modo di comunicare se stessi nel rispetto reciproco.

Amir Tewfik
*L’intervista è stata realizzata prima del viaggio del Santo Padre in Turchia


mercoledì 10 gennaio 2007

Una partita a scacchi. Nomine, nomine e ancora nomine.

Le nebbie si stanno dissolvendo attorno alla cattedra arcivescovile di Varsavia, e nella Chiesa polacca ci si prepara alla nomina (non attesa in tempi brevi) del nuovo arcivescovo e soprattutto al possibile arrivo di nuove verita' e nuovi veleni dall'operazione "lustracja". Moltissimi gli articoli sui giornali di questi giorni sull'argomento. Mi permetto solo di segnalarne due: un giudizio "storicizzato" sulla situazione di Luigi Geninazzi in questo editoriale di Avvenire, e la consueta puntuale analisi di Sandro Magister sul suo sito, molto molto molto interessante per capire i provvedimenti che si stanno prendendo in Polonia e in Vaticano.

Nel frattempo il cardinale Glemp continua a reggere come amministratore apostolico e la nunziatura e la Congregazione dei Vescovi a Roma stanno studiando i dossier con ulteriore attenzione. Vi invito a leggere la sua (brevissima) predica durante la messa di NON-intronazione di Wielgus.

I nomi che girano sono quelli di Stanislaw Rylko (a sin.), Wojtiliano di ferro e quindi non disdegnato dal cardinale Dziwisz (arcisvescovo di Cracovia e gia' segretario di papa Wojtila per decenni) ed il cardinale Zenon Grocholewski (a destra), prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica e Gran Cancelliere dell'Univerisita' Gregoriana. "Romani" entrambi e quindi a dovuta distanza dalle "contaminazioni" della vita oltre-cortina.


Ovviamente il primo a farne le spese di questa storiaccia sara' il Nunzio apostolico a Varsavia Josef Kowalczyk, capro espiatorio di una scelta rivelatasi improvvida. Per la sostituzione si parla di Claudio Maria Celli, di scuola Sodano, dal 1996 Segretario dell APSA (vale a dire numero 2 della "gestione economica" del Vaticano) e prima ancora Sottosegretario ai Rapporti con gli Stati (cioe' "viceministro degli Esteri").

Sul fronte diplomatico iniziano a circolare voci sul possibile sostituto di Mons. Romeo alla Nunziatura in Italia. Sarebbe Giuseppe Bertello (foto), oggi Nunzio in Messico. Poco si sa di lui se non che e' piemontese, come Sodano (che e' di Isola d'Asti), ma soprattutto e' canavesano, originario di Foglizzo canavese, paese a pochi chilometri da Romano Canavese, dove vide i natali l'attuale Segretario di Stato (e quindi diretto superiore) Tarcisio Bertone.

sabato 6 gennaio 2007

Notizie dal mondo/1: Cordoba, New York, Varsavia, Roma: Palazzo Apostolico e via Po.


Scuola di Comunità, casa Ratzinger

Insistentemente circola la voce che il nostro Papa, notoriamente vicino a Comunione e Liberazione, faccia assiduamente “Scuola di Comunità”.

La Scuola di Comunità è l’incontro periodico tipico del movimento di CL. Ecco cosa ne diceva il fondatore: “Dobbiamo parlare della vita, ma alla luce della nuova esperienza che abbiamo incontrato con Gesù. [L’esercizio] deve essere lo sviluppo di un incontro con Cristo ed il segno che la Scuola è guidata è che uno esce cambiato, è un posto dove l’impulso affettivo di comunicare con la cultura è fortificato alla luce della fede, e serve a generare un’attenzione ai bisogni delle persone, una carità che si esperim nella consistenza organica di un Lavoro”.

Pare che la scuola di comunità avvenga di sabato, come a volerlo ricaricare delle energie spese la settimana prima delle incombenze liturgiche domenicali. Come possiamo immaginare, il professor Ratzinger pare non si risparmi nella preparazione della Scuola, anche se sembra abbia confessato il dispiacere di non avere abbastanza tempo per leggere in anticipo il testo. Dato che Benedetto XVI non è membro di CL, pare che la Scuola sia ”diretta” da una della Memores Domini (ordine di laici consacrati di CL) che servono il Papa fin da prima dell’elezione.

Cordoba: Cattedrale o Moschea?

Continua la controversia sulla Cattedrale di Cordoba. La comunità musulmana locale ha chiesto all’arcivescovo di Cordoba l’uso per la preghiera comunitaria della Cattedrale. Alla base di questa richiesta sta il fatto che la Cattedrale, prima della Reconquista, era una moschea. Interessantissimo l’articolo su Avvenire di padre Samir SJ che spiega con chiarezza e concisione il motivo del rifiuto dell’arcivescovo di Cordoba Juan José Asenjo Pelegrina (dichiarando testualmente che questa ipotesi «genererà confusione tra i fedeli» e «non contribuirà a una coabitazione pacifica tra i credenti» e aggiungendo: «Noi, cristiani di Cordoba, desid eriamo vivere in pace con i credenti di altre religioni, ma non vogliamo essere sottomessi a delle pressioni continue che non contribuiscono alla concordia»). Interessante soprattutto per la sua semplicità il fatto che se è vero che la Cattedrale era una Moschea, è ancor di più vero che la Moschea è stata costruita sulle macerie di una precendente Cattedrale. Meditate gente meditate.


Nuovo arcivescovo di Varsavia, comunista?

La nomina di Wielgus ad arcivescovo di Varsavia conteneva già da subito una particolarità: il titolo di Primate di Polonia, tradizionalmente coincidente con quello di arcivescovo di Varsavia, sarebbe rimasto al cardinal Glemp, vescovo “uscente”. Il neo-arcivescovo Stanisław Wojciech Wielgus, invece, prima ancora della sua messa di installazione, è stato accusato di aver

collaborato con la Sluzba Bezpieczenstwa (SB) , la polizia politica comunista negli anni Sessanta e Settanta. Dopo aver negato sdegnatamente, è notizia di questi giorni la sua ammissione di colpa. Va sottolineato che molti preti dovevano necessariamente e loro malgrado avere rapporti con i servizi segreti e non è chiaro se l’attività di spionaggio dell’arcivescovo abbia effettivamente causato danni alla Chiesa polacca. Ora che Wielgus ha ammesso le sue colpe e espresso il suo rammarico per ciò che ha fatto e per aver mentito. La palla ora torna al Palazzo Apostolico, che si trova in una situazione di evidente imbarazzo: il Vaticano fino a prima di Natale aveva fatto fede alla versione di Wielgus, affermando che il Santo Padre era “a conoscenza” del passato dell’Arcivescovo. Ora in molti in Polonia chiedono di fare mac china indietro. Wielgus ha rimesso ogni decsione al Papa. Nei prossimi giorni si saprà quali sono le (eventuali) decisioni prese dalla Santa Sede.


New York

Tra non molto il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, volerà a New York per presentare la rivis ta Oasis, rivista edita in italiano, inglese, arabo e urdu pensata per i cristiani dell’Asia e dei paesi a maggioranza musulmana.


Roma - Via Po – Nunziatura Apostolica di Italia e San Marino,
Nunzio Apostolico CERCASI.


Il Santo Padre h
a nominato l’arcivescovo Paolo Romeo alla sede di Palermo. Il posto prestigioso suona tuttavia come il più classico dei promoveatur ut amoveatur. Il Nunzio Apostolico in Italia, fedelissimo del cardinal Sodano (già segretario di stato) aveva avuto alcune “divergenze di opinione” con il santo padre a proposito della gestione del dopo-Ruini alla presidenza della CEI. Aveva infatti indisse una consultazione epistolare tra tutti i vescovi italiani perchè ne indicassero il successore senza informare il Santo Padre di questa iniziativa. Iniziativa grave soprattutto perché in Italia il presidente della CEI è (nonostante qualche monsignore vorrebbe diversamente) nominato direttamente dal Papa e non eletto dai vescovi.

Questa nomina “scopre” la casella molto ambita di Nunzio Apostolico in Italia. Il Nunzio Apostolico tradizionalmente ha una grandissima influenza nella nomina dei vescovi. Questa influenza è un po’ minore in Italia, vista la contiguità con la Santa Sede, sarà tuttavia interessante vedere chi sarà il suo successore

martedì 26 dicembre 2006

Dalla Germania alla Cina - All'insegna della continuità



In occasione dell'Angelus odierno, il Santo Padre ha affidato a Maria Vergine tutti quei cristiani perseguitati a motivo della propria fede, esprimendo la propria "vicinanza spirituale" a “quei cattolici che mantengono la propria fedeltà alla Sede di Pietro senza cedere a compromessi, a volte anche a prezzo di gravi sofferenze”. Non è stato difficile ai più cogliere nelle parole del Papa un riferimento alla situazione dei cattolici in Cina, dove il contrasto tra la Chiesa "ufficiale" e la Chiesa fedele al Romano Pontefice è sotto gli occhi di tutti. (in proposito cfr. AsiaNews:

Se il discorso pronunciato in occasione della festa di S. Stefano ha tuttavia omesso qualsiasi riferimento esplicito a questo o a quel Paese, è ragionevole supporre che la Santa Sede abbia ritenuto più prudente, al fine di tutelare la posizione - già difficile e compromessa - dei cattolici cinesi, limitarsi a una considerazione di carattere generale, senza per questo sminuire il contenuto profondo del proprio messaggio. Chi doveva intendere, in definitiva, ha inteso.
Questo episodio, che pure vanta innumerevoli precedenti, richiama alla memoria più di ogni altro quel famoso Radiomessaggio natalizio del 1942, nel quale l'allora regnante Pontefice Pio XII, di fronte alla tragedia della guerra in corso, volgeva il suo pensiero "alle centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento." Anche in questo caso, pur nell'assenza di un soggetto precisamente identificato, l'evidenza del riferimento al popolo ebraico e alla "soluzione finale" era cristallina.
E' una costante, nell'ambito della Diplomazia Pontificia, questa prudenza nel denunciare gli errori (e gli orrori) di questo e di quel Paese o Governo. Ai più, tale prudenza potrà sembrare fuori luogo, quando non tacitamente "complice" di quegli errori che si vorrebbe condannare a parole. In molte situazioni, infatti, ci si aspetterebbe che la Santa Sede "alzasse di più la voce". Questo desiderio, d'altra parte, si scontra con alcune constatazioni: innanzitutto la storia mostra tristemente come questa esigenza di "inflessibilità" spesso non venga sentita dalle stesse persone allo stesso modo in circostanze diverse. Così, se Papa Pacelli è stato più volte - anche in tempi recenti - criticato per le proprie parole e per i suoi presunti "silenzi", è molto difficile che quanti ancora oggi danno un giudizio negativo sull'operato di Pio XII si scaglino contro la "prudenza" di Benedetto XVI.
In secondo luogo, all'origine del contegno tenuto dalla Santa Sede nei confronti degli Stati - a prescindere dalla forma di Governo di ognuno di questi - c'è una considerazione, riportata da Pio XII nel sopracitato "Radiomessaggio" del 1942:

"La Chiesa rinnegherebbe se stessa, cessando di essere madre, se si rendesse sorda al grido angoscioso e filiale, che tutte le classi dell'umanità fanno arrivare al suo orecchio. Essa non intende di prender partito per l'una o l'altra delle forme particolari e concrete, con le quali singoli popoli e Stati tendono a risolvere i problemi giganteschi dell'assetto interno e della collaborazione internazionale, quando esse rispettano la legge divina; ma d'altra parte, «colonna e base della verità» (1Tm 3,15) e custode, per volontà di Dio e per missione di Cristo, dell'ordine naturale e soprannaturale, la Chiesa non può rinunziare a proclamare davanti ai suoi figli e davanti all'universo intero le inconcusse fondamentali norme, preservandole da ogni travolgimento, caligine, inquinamento, falsa interpretazione ed errore; tanto più che dalla loro osservanza, e non semplicemente dallo sforzo di una volontà nobile e ardimentosa, dipende la fermezza finale di qualsiasi nuovo ordine nazionale e internazionale, invocato con cocente anelito da tutti i popoli."

(per il testo completo vai al seguente link:

Non occorre discutere, ovviamente, di quanto poco rispettosi della legge divina debbano essere considerati il regime nazionalsocialista, che all'epoca teneva ancora in scacco mezza Europa, e il regime comunista cinese che tuttora soffoca la libertà religiosa dei propri cittadini. Non possono sfuggire, tuttavia, i rischi e le contraddizioni a cui andrebbe incontro la Santa Sede nel momento in cui, venendo meno alla propria tradizionale imparzialità, sposasse la causa di un contendente a scapito di un altro, o denunciasse esplicitamente davanti a tutto il mondo - "con nomi e cognomi" - le violazioni dei diritti fondamentali dell'uomo e dei principi della legge naturale da parte di uno Stato. Il che poi non toglie, come si evince dai due esempi di cui sopra, che la Sede Apostolica dica quello che deve dire, trovando di volta in volta il modo per farsi comprendere da tutti.
Nel 1942 la posta in gioco era "salvare il salvabile", sia per quanto riguarda i cattolici (duramente perseguitati in Germania e nei territori occupati dai nazisti) che per quanto riguarda gli ebrei, la cui condizione non avrebbe certo beneficiato di una condanna esplicita del nazionalsocialismo da parte della Santa Sede. Nel 2006 si tratta di preservare l'incolumità di centinaia di migliaia di cattolici che vivono la propria fede in una sostanziale clandestinità, e di non cancellare del tutto i fili - seppur sottili - del dialogo tra la Santa Sede, il Governo cinese e la Chiesa patriottica.
Così, se è vero che la conoscenza della storia aiuta a capire e a interpretare quanto accade nel presente, in certi casi può anche essere vero il contrario, allorchè un fatto del presente aiuta a illuminare e a chiarire un episodio di un passato talvolta ingiustamente bistrattato.