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giovedì 25 gennaio 2007

Anti-discriminazione? Stiamo attenti

Qui in Gran Bretagna sta sollevando grandi polemiche l'"Anti-discrimination bill", che vieta a chiunque di discriminare sulla base dell'orientamento sessuale.

Chiunque vuol dire proprio chiunque, per cui ecco che il salone polifunzionale della parrocchia non potra' essere rifiutato per il ricevimento di una "civil partnership" stile Elton John e soprattutto le agenzie ("private", ma ovviamente accreditate presso lo Stato) che si occupano di adozione non potranno rifiutare coppie omosessuali.

Il cardinale di Westminster Murphy O'Connor ha chiesto che le agenzie cattoliche siano esentate, e l'arcivescovo anglicano di Canterbury si e' espresso anche lui contro. Il governo tuttavia sembra orientato a non permettere alcuna eccezione a questa legge.

Sempre piu', come nel post sulla Christian Union Society all'universita' di Exeter, vengono approvate in giro per l'Europa queste leggi anti-discriminazione. E sempre piu' chiaro si delinea il fatto che piu' che per non discriminare, sono fatte con un preciso intento culturale, per promuovere una "nuova" e moderna" idea di societa' figlia del pensiero unico liberal post-sessantottino.

Per la Chiesa in Inghilterra si apre un momento difficile, che ricorda un po' cio' che successe alla Chiesa tedesca riguardo ai Consultori familiari in grado di fornire il nulla osta all'aborto. Gia' alcune agenzie (di una di queste il cardinale e primate d'Inghilterrra e' anche vicepresidente!) hanno gia' dichiarato la loro non-contrarieta' a questa legge. Altre invece hanno dichiarato che non potrebbero fare altro che chiudere i battenti se fossero obbligate ad applicare questa legge.

Un tema contiguo e' affrontato nel Parlamento italiano in questi mesi: la nuova legge sulla liberta' religiosa, che andrebbe a sostituire la legge sui "culti ammessi dallo stato", promulgata ai tempi di Mussolini e decisamente datata. Per chi ha voglia di leggere, ecco una buona referenza.
Vi terremo informati.

domenica 14 gennaio 2007

Essere Nunzio in Egitto

Per gentile concessione dell'autore, nostro collaboratore al Cairo, riportiamo qui di seguito l'intervista* - pubblicata lo scorso dicembre - a S. E. Mons. Michael Fitzgerald, Nunzio Apostolico in Egitto.

Mostra orgoglioso la foto con Benedetto XVI nel grande studio di questa bella villa ottocentesca in riva al Nilo, nell’esclusivo quartiere di Zamalek. Sceglie attentamente le parole delle risposte (in italiano, potrebbe farlo in altre cinque lingue, tra cui l’arabo, ma chiedo venia). Minimizza (“I giornali dicono tante cose”) quando gli ricordo che la stampa non fu molto tenera con lui alla notizia del trasferimento nell’aprile scorso in Egitto, dopo 20 anni al Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso (di cui gli ultimi 5 da presidente).
Il discorso di Ratisbona e le successive polemiche diventano lo spunto per un lungo colloquio con S. E. Monsignor Michael Fitzgerald, Nunzio Apostolico al Cairo.

Eccellenza, quali sono state le reazioni al discorso del Papa nel mondo arabo e in particolare in Egitto?
Le reazioni sono ben note, sono state reazioni immediate scaturite da un sentimento di offesa. Credo sia emerso soprattutto questo. Credo che si sia percepito un attacco contro il profeta, perché sono state riportate parole che diminuivano il ruolo di Mohammed. Alcuni hanno legato questo ad una politica anti-islamica, mettendo il Santo Padre sullo stesso piano del presidente Bush. E’ stata una dinamica abbastanza comune nel mondo arabo: un sentimento di rabbia al quale si è aggiunto un sospetto circa le intenzioni del Santo Padre. Questo è avvenuto anche dopo, quando il Santo Padre ha detto, e diverse volte, che non aveva intenzione di offendere i musulmani ma la maggior parte ha continuato a pensare che ci fosse comunque qualche cosa dietro.

C’è stato un evidente atteggiamento fazioso dei media arabi, in quanto sono state pubblicate solo le parti più equivoche del discorso, tolte dal loro contesto…
Sì, è vero. Solo il Watanī ha pubblicato il testo integrale. Lo sheikh Tantawi di Al Azhar (la massima autorità tra i sunniti) ha scritto 5 articoli su Al Ahram (il principale quotidiano egiziano) per difendere l’Islam contro questo “attacco”. Lo ha fatto soprattutto per difendere il profeta, per respingere l’accusa che l’Islam sia stato diffuso con la spada e per affermare che l’Islam è una religione ragionevole, mostrando il posto della ragione nell’Islam. Tutto questo non vede il vero contenuto del discorso del Santo Padre, mi sembra che siano stati pochi quelli che hanno visto al di là dell’introduzione del Santo Padre quando cita i documenti criticati. Le argomentazioni che propone, inoltre, non sono sfavorevoli all’Islam.

Leggendo tutto il testo, ci si rende conto che sarebbe altrettanto valido anche senza il riferimento al dialogo tra l’imperatore bizantino e il dotto persiano, che ha originato tante polemiche. Forse lo si poteva non inserire. Le reazioni si sarebbero potute prevedere. Quali sono le ragioni per le quali il Papa ha voluto questa prima parte?
Questo non lo saprei dire. È vero, il discorso su ragione e religione poteva essere fatto senza questa introduzione, si poteva avere un’altra introduzione ma era un punto di partenza che il Santo Padre ha giudicato interessante. È vero anche che c’è una violenza in questo mondo che è praticata in nome dell’Islam. Non direi per motivi strettamente legati all’Islam ma certamente in nome dell’Islam, per esempio da alcuni suicidi che si mostrano col Corano prima di togliersi la vita uccidendo altre persone. Ciò crea un pericoloso legame tra religione e violenza, evidente nel nostro mondo di oggi. Questo non è un attacco contro l’Islam, è un attacco contro un falso intendimento dell’Islam. Anche i musulmani direbbero che questo non è Islam, ma d'altra parte è ciò che si verifica oggi, e di questo tutti noi siamo coscienti. Il fenomeno è profondamente diverso da altri tipi di terrorismo: se si pensa a Sendero luminoso in America Latina o all’Eta nei paesi Baschi, questi gruppi non agiscono in nome della religione. Non sono motivi religiosi che li spingono: questo fenomeno di violenza e religione si trova di fatto solo in questi attentati compiuti da alcuni musulmani. Dire questo non è certamente un’accusa a tutto il mondo islamico.

Avendo visto le reazioni dei media arabi che hanno riportato i passaggi più polemici, come Nunziatura non avete pensato a tradurre il discorso e diffonderlo?
Il discorso è stato tradotto in arabo, ne ho portato una traduzione ancor più accurata allo sheikh Tantawi. Anche la Chiesa locale si è mossa, ad esempio un sacerdote qui al Cairo ha fatto un piccolo volantino spiegando questo discorso: la Chiesa locale ha fatto diverse cose, e non sta necessariamente al Nunzio di prendere il suo posto.

Personalmente come giudica la vicenda?
Questo discorso ha creato difficoltà. Non possiamo negare che ci siano state difficoltà per il dialogo tra cristiani e musulmani, ma sono difficoltà momentanee specialmente a causa di quel sospetto a cui ho accennato prima. Ma non credo assolutamente che questo sia la fine del dialogo, anzi, credo che possiamo andare avanti e discutere alcuni dei temi che sono suggeriti in questo discorso. Bisogna creare il clima per fare questo con calma, senza avere l’impressione che l’uno voglia vincere sull’altro. Deve essere un vero scambio per scoprire le diversità di posizione. Vedremo cosa accadrà. Mi auguro che questo discorso possa essere un incentivo ad un dialogo più profondo.

Per anni è stato al Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Da dove nasce la volontà della Chiesa di comunicare con le altre religioni? Quali sono le ragioni di questo dialogo, cosa c’è alla base di questa volontà?
Ci sono state sempre alcune persone che hanno avuto l’idea di essere vicine a persone di altre religioni, rispettandone il credo, ma non c’è stato un movimento del dialogo interreligioso come invece c’era un movimento ecumenico prima del Concilio Vaticano II. Credo veramente che sia stato il Concilio a dare fondamento al dialogo inter-religioso, che non è solo con i musulmani ma anche con le altre religioni. Credo che non sia una nuova concezione della Chiesa quella presentata dal Concilio ma un altro modo di intenderLa: la Chiesa come sacramento, come segno dell’unione dell’umanità con Dio e dell’unione tra gli esseri umani stessi. La Chiesa è il segno di questo: dunque anche quando le persone non sono cattoliche, quando non fanno parte della Chiesa, esse stanno a cuore alla Chiesa stessa. La Chiesa è un segno di ciò che Dio sta facendo anche attraverso le altre religioni. In questo senso il dialogo fa parte della missione della Chiesa per realizzare il regno di Dio in questo mondo, che troverà la sua pienezza nel mondo venturo. Con questa finalità il Concilio Vaticano II ha prodotto la dichiarazione Nostra Aetate, autentico fondamento non teologico ma pastorale per il dialogo con le altre religioni.

Il dialogo interreligioso - nella fattispecie due religioni come l’Islam e Cristianesimo che si parlano - potrebbe sembrare difficile da immaginare. Cosa vuol dire?
Il dialogo non si fa tra istituzioni, il dialogo avviene tra le persone che appartengono alle istituzioni. La persona è inevitabilmente marcata dalla formazione religiosa che ha ricevuto: non si può astrarre la persona dall’istituzione, perché il dialogo non può che essere tra le persone. Può avvenire solo sulla base di un grande rispetto reciproco e sul principio (sottolineato dal Concilio) della libertà religiosa. Devo rispettare la scelta che ha fatto l’altra persona. Il dialogo può svilupparsi su queste basi anche perché abbiamo tutti dei punti in comune, una vocazione umana che è comune. Dio ci ha creati ed ogni persona si pone le questioni fondamentali dell’esistenza, dell’aldilà. Possiamo trovarci insieme su questo binario.

Come giudica il fatto che, tra le diverse religioni, il rapporto più problematico sembra quello con l’Islam?
Ci sono diverse ragioni. Cristianesimo e Islam sono religioni missionarie, sentono la vocazione di portare il proprio messaggio al mondo intero: il Cristianesimo dice di andare e predicare il Vangelo, l’Islam dice che il suo messaggio è misericordia per tutta l’umanità. Queste spinte missionarie finiscono per “scontrarsi”. Ciò non vuol dire che le altre religioni non siano missionarie, lo è anche il buddismo. C’è un’altra differenza tra Islam e le altre religioni: l’Islam ha un grande impatto sulla vita sociale e politica. Questo fa si che l’incontro coi musulmani sia più difficile perché le loro esigenze sono maggiori rispetto a quelle di altre religioni. Le altre religioni non danno una tale impronta sulla società. L’Islam ha un forte contenuto sociale, che risale alla concezione della legge di Dio da applicarsi in ogni aspetto della vita.

Da presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso a Nunzio Apostolico al Cairo. Come è cambiata la sua missione?
Il Consiglio è un ministero che favorisce il dialogo con tutte le religioni; qui al Cairo ci sono solo (salvo qualche eccezione) cristiani e musulmani. Il Nunzio è il rappresentante del Santo Padre presso il governo egiziano ma Lo rappresenta anche presso la Chiesa locale. Le mie attività in questi mesi sono state intense anche con la Chiesa cattolica, impegno che al dialogo interreligioso non avevo. Sembra strano ma negli anni scorsi, pur essendo in Vaticano, il mio lavoro era meno “religioso” di quanto non lo sia adesso. I contatti con le comunità che vivono e lavorano in Egitto sono un aspetto importante del mio lavoro. L’altro aspetto sono i rapporti con il governo egiziano e la Lega Araba. In particolare mi auguro che si sviluppino i rapporti con quest’ultima. Il delegato della Lega Araba a Roma è accreditato pure presso la Santa Sede: sono stato contento di sapere che anche lui era presente all’udienza che il Santo Padre ha concesso ai diversi ambasciatori musulmani dopo il discorso di Ratisbona. Il Santo Padre ha sottolineato in quell’occasione come la Santa Sede continui a vivere nell’applicazione del Concilio Vaticano II e come non sia cambiato il proprio atteggiamento di apertura manifestato antecedentemente. Le difficoltà sono legate alla situazione politica attuale nel mondo, alle polemiche sulle caricature e a quelle sul velo. C’è la tendenza purtroppo a mettere insieme tutti questi fenomeni anche se non hanno molto a che fare. Il Santo Padre, davanti alle reazioni del mondo musulmano, ha cercato un modo di spiegarsi. E si è trovata questa occasione. A questa udienza sono state invitati anche i rappresentanti delle comunità islamiche italiane. E’ stato un messaggio al mondo intero.

Come vede gli sviluppi futuri del dialogo interreligioso? Verso quale direzione si sta andando?
Non so di preciso verso quale direzione si andrà. Ci sono dei segnali che mi danno fiducia. Vedo la volontà di alcuni giovani cristiani e musulmani di capire la religione dell’altro. Mi sembra che sia un segno di buona volontà. So ad esempio che ad inizio novembre c’è stato un incontro ad Assisi cui hanno partecipato giovani di diverse religioni, per commemorare i 20 anni della Giornata di Preghiera per la Pace. Questi giovani sono realisti, riconoscono le difficoltà del nostro mondo ma esprimono insieme una volontà di andare avanti. E’ lo spirito che dobbiamo comunicare. Il mondo di oggi, nel pluralismo religioso e culturale crescente, chiede questo dialogo, che non è un compromesso. È un modo di comunicare se stessi nel rispetto reciproco.

Amir Tewfik
*L’intervista è stata realizzata prima del viaggio del Santo Padre in Turchia


mercoledì 10 gennaio 2007

Una partita a scacchi. Nomine, nomine e ancora nomine.

Le nebbie si stanno dissolvendo attorno alla cattedra arcivescovile di Varsavia, e nella Chiesa polacca ci si prepara alla nomina (non attesa in tempi brevi) del nuovo arcivescovo e soprattutto al possibile arrivo di nuove verita' e nuovi veleni dall'operazione "lustracja". Moltissimi gli articoli sui giornali di questi giorni sull'argomento. Mi permetto solo di segnalarne due: un giudizio "storicizzato" sulla situazione di Luigi Geninazzi in questo editoriale di Avvenire, e la consueta puntuale analisi di Sandro Magister sul suo sito, molto molto molto interessante per capire i provvedimenti che si stanno prendendo in Polonia e in Vaticano.

Nel frattempo il cardinale Glemp continua a reggere come amministratore apostolico e la nunziatura e la Congregazione dei Vescovi a Roma stanno studiando i dossier con ulteriore attenzione. Vi invito a leggere la sua (brevissima) predica durante la messa di NON-intronazione di Wielgus.

I nomi che girano sono quelli di Stanislaw Rylko (a sin.), Wojtiliano di ferro e quindi non disdegnato dal cardinale Dziwisz (arcisvescovo di Cracovia e gia' segretario di papa Wojtila per decenni) ed il cardinale Zenon Grocholewski (a destra), prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica e Gran Cancelliere dell'Univerisita' Gregoriana. "Romani" entrambi e quindi a dovuta distanza dalle "contaminazioni" della vita oltre-cortina.


Ovviamente il primo a farne le spese di questa storiaccia sara' il Nunzio apostolico a Varsavia Josef Kowalczyk, capro espiatorio di una scelta rivelatasi improvvida. Per la sostituzione si parla di Claudio Maria Celli, di scuola Sodano, dal 1996 Segretario dell APSA (vale a dire numero 2 della "gestione economica" del Vaticano) e prima ancora Sottosegretario ai Rapporti con gli Stati (cioe' "viceministro degli Esteri").

Sul fronte diplomatico iniziano a circolare voci sul possibile sostituto di Mons. Romeo alla Nunziatura in Italia. Sarebbe Giuseppe Bertello (foto), oggi Nunzio in Messico. Poco si sa di lui se non che e' piemontese, come Sodano (che e' di Isola d'Asti), ma soprattutto e' canavesano, originario di Foglizzo canavese, paese a pochi chilometri da Romano Canavese, dove vide i natali l'attuale Segretario di Stato (e quindi diretto superiore) Tarcisio Bertone.

Se voglio essere cristiano dovrò mica credere in Dio?!

Interessante avvenimento in Inghilterra, specificamente all’università di Exeter (riportato anche dal Foglio di oggi). L'associazione Evangelical Christian Union e’ stata espulsa dalla Students’ Union, l’associazione ufficiale degli studenti cui ogni “society” deve far parte per avere finanziamenti e usare le strutture dell’universita’.

Il motivo? Equal Opportunities ovviamente! Lo Statuto dell’associazione prevede che chi vuole farne parte deve credere in Dio e nella chiesa evangelica. Apriti cielo! E’ bastato questo a scaternare le ire della Students’ Union! Discriminazione! Niente e’ valso dire che gli incontri sono aperti a tutti, ma che ovviamente chi vuole entrare a far parte del direttivo dovra’ pur essere “evangelical Christian”, o no? A niente e’ valso dire che stigmatizzare questa come discriminazione sarebbe come “chiedere che vengano ammessi i maschi nella squadra di rugby femminile”.

Ovviamente i ragazzi della Christian Union sono ultra agguerriti e sono arrivati fino alla High Court of Justice per difendersi. Ben Martin (non spaventatevi, in foto qui accanto!) ha dichiarato alla BBC: "Going to court is the last thing we want to do, but we really feel that our fundamental freedoms of belief, association and expression are being threatened here. We are quite prepared to stand up for those freedoms, hence why we are going to court." Martin ha anche definito l'azione della Students' Union come un "blatant infringement of our rights".

La Students’ Union ha dichiarato: “The Evangelical Christian Union is the only society identified that has barriers to entry - both for membership of the society and to be on the committee of the society. […] This is certainly not a debate regarding the beliefs of the society, it is one of equal opportunities”. Interessante soprattutto sottolineare la parola “identified”. Certo le associazioni musulmane non brillano per aperture a fedeli di alter religioni, ma hanno l’intelligenza “politica” di farla franca, oltre alla “copertura” multi-culti dei soliti benpensanti.

Stupisce favorevolmente la presa di posizione dell’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, primate della Comunione Anglicana. Egli ha infatti dichiarato: “the refusal by some student unions to recognise evangelical Christian groups looked like a fear of open argument".

Non è la prima volta che capita una cosa del genere. L’anno scorso era capitato un caso analogo all’Università di Birmingham. Qui veniva aggiunta una ulteriore ragione veramente al di là del bene e del male: la Society era aperta a “men and women”, discriminando in questo modo i transgender!!

Da quel che ho letto la storia non è priva di lati oscuri, e qualche “pulce” si potrebbe fare anche agli studenti della Christian Union. Tuttavia l'idea di espellere una Society perchè ha una identità e quindi è discriminatoria è veramente assurda. E l’assurdità è talmente evidente che non so neanche come commentarla!

Quello che posso dirvi è che andrò a chiedere lumi ai membri della Christian Union della mia università. Vi riferirò delle mie indagini.

Da amante della politica mi verrebbe da dire che se i membri della Christian Union sono numericamente abbastanza, avrebbero solo da iscriversi alle altre Societies e farsi eleggere nei direttivi: un invasione pacifica in massa conquistando posti nelle Female Rugby, Gay&Lesbian, Muslim, Jew, Sikh&Punjabi, African. Insomma: dimostrare l'assurdità di una cosa del genere eleggendo un maschio di 20 anni a capo della squadra di Rugby Femminile porterebbe forse portare un po' di disincanto a questi politichini della Students' Union di Exeter.

domenica 7 gennaio 2007

Le dimissioni di Mons. Wielgus - Una precisazione

Un clima torbido ha caratterizzato prima le rivelazioni e poi le polemiche che hanno portato alle dimissioni di mons. Wielgus. Lo denuncia il direttore della Sala Stampa della Santa Sede e della Radio Vaticana, padre Federico Lombardi, intervenuto sulla vicenda ai microfoni dell'emittente pontificia. «A tanti anni di distanza dalla fine del regime comunista, venuta a mancare la grande e inattaccabile figura di Papa Giovanni Paolo II, l'attuale ondata di attacchi alla chiesa Cattolica in Polonia, più che di una sincera ricerca di trasparenza e verità, ha molti aspetti - afferma il portavoce vaticano - di una strana alleanza fra i persecutori di un tempo e altri suoi avversari e di una vendetta da parte di chi nel passato l'aveva perseguitata ed è stato sconfitto dalla fede e dalla voglia di libertà del suo popolo». Secondo padre Lombardi, anche se le odierne dimissioni rappresentano «una soluzione adeguata», ugualmente «è bene osservare che il caso di mons. Wielgus non è il primo e non sarà probabilmente l'ultimo caso di attacco a personalità della Chiesa in base a documentazione dei servizi del passato regime: si tratta di un materiale sterminato e nel cercare di valutarne il valore e di trarne conclusioni attendibili, non bisogna dimenticare che è stato prodotto da funzionari di un regime oppressivo e ricattatorio».
(clicca qui per ascoltare la dichiarazione di padre Lombardi)

Varsavia: Wielgus presenta le dimissioni al Santo Padre

Non è una sorpresa, ma neanche una bella notizia!

Comunicato della Nunziatura Apostolica in Polonia, 07.01.2007


La Nunziatura Apostolica in Polonia comunica che Sua Eccellenza Mons. Stanisław Wielgus, Arcivescovo Metropolita di Varsavia, nel giorno in cui era previsto l’ingresso nella basilica cattedrale, per dare inizio al suo ministero pastorale nella Chiesa di Varsavia, ha rassegnato a Sua Santità Benedetto XVI le dimissioni dall’ufficio canonico a norma del can. 401 § 2 del Codice di Diritto Canonico.

Il Santo Padre ha accettato le dimissioni dell’Arcivescovo Stanisław Wielgus ed ha nominato Sua Eminenza il Card. Józef Glemp, Primate di Polonia, Amministratore Apostolico dell'Archidiocesi di Varsavia fino a nuovo provvedimento.

Varsavia, 7 gennaio 2007

+ Józef Kowalczyk

Nunzio Apostolico in Polonia


Da sottolineare il motivo delle dimissioni, che può essere inferito dal citato canone 401 §2:

"Il Vescovo diocesano che per infermità o altra grave causa risultasse meno idoneo all'adempimento del suo ufficio, è vivamente invitato a presentare la rinuncia all'ufficio."

Questo lascerebbe intendere che Wielgus sia "stato dimesso", o piuttosto - volendo fare meno dietrologie - che abbia rimesso il suo mandato nelle mani del Santo Padre, il quale ha deciso di provvedere diversamente per la diocesi di Varsavia.

sabato 6 gennaio 2007

Polonia: memoria e identità

La vicenda dell'Arcivescovo eletto di Varsavia, Monsignor Stanislaw Wielgus, accusato di aver collaborato - a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta - con i servizi segreti della Repubblica Popolare Polacca, apre uno spiraglio sul clima che si respira in un Paese che ancora non riesce a regolare definitivamente i conti con il proprio tragico passato. E' comprensibile lo sgomento che può provare una popolazione a lungo soggetta a una dittatura atea e anticristiana nel venire a sapere che parte del proprio clero, vertici compresi, fino a "pochi" anni prima è stata in qualche modo collusa con quel potere. Il Sommo Pontefice peraltro - come riporta l'articolo cui si riferisce il precedente link - incontrando il clero della città di Varsavia il 25 maggio scorso si è espresso nei seguenti termini in merito ai dossier sul clero collaborazionista:
«Conviene tuttavia guardarsi dalla pretesa di impancarsi con arroganza a giudici delle generazioni precedenti, vissute in altri tempi e in altre circostanze. Occorre umile sincerità per non negare i peccati del passato, e tuttavia non indulgere a facili accuse in assenza di prove reali o ignorando le differenti precomprensioni di allora».
A fronte delle polemiche di questi giorni, oltretutto, c'è anche chi - nonostante alcuni sondaggi dicano che oltre i due terzi dei cattolici polacchi guardi con preoccupazione e sconcerto alla nomina di Mons. Wielgus - ritiene opportuno denunciare la"psicosi della de-comunizzazione", secondo la quale "si può costruire un futuro migliore solo eliminando e purificando ciò che appartiene al passato, dal premier fino al dipendente comunale". Giudizio, questo, che si alimenta anche della constatazione che "negli anni '70 quasi tutti i sacerdoti venivano avvicinati e contattati dai servizi segreti, non ci si poteva rifiutare. Inoltre le informazioni che passava [(Mons. Wielgus, NdR] ai Servizi pare siano del tutto marginali (le dispute personali tra i sacerdoti della curia) e non hanno mai messo a rischio terzi".
Premettendo dunque che "nell'ottica cristiana non c'è l'oblio, c'è il perdono, (...) la scelta di Wielgus, seppur controversa, assume un senso". E' quanto afferma Oscar, giovane cattolico di origine polacca da anni residente in Italia, nel commentare gli sviluppi della vicenda del presule.
Mai come in questa circostanza, probabilmente, le future decisioni della Sede Apostolica rappresenteranno un giudizio chiaro e - in un certo senso - definitivo su una questione che, al di là del caso particolare, di frequente mette in crisi le coscienze di quei cattolici che in passato - e non solo - sono stati duramente perseguitati dal potere politico. Di sicuro, in una nazione in cui è più che mai vivo il ricordo di due "baluardi cattolici" contro il regime comunista come il Cardinale Stefan Wyszynski - Primate di Polonia - e il Papa Giovanni Paolo II (il quale peraltro da Cardinale era meno temuto del Primate dai servizi segreti comunisti, e ritenuto più "docile") non sarà per nulla facile cancellare con un colpo di spugna i risentimenti che ancora covano nei confronti di quanti, negli anni della persecuzione, con quel regime hanno in misura diversa collaborato.

Notizie dal mondo/1: Cordoba, New York, Varsavia, Roma: Palazzo Apostolico e via Po.


Scuola di Comunità, casa Ratzinger

Insistentemente circola la voce che il nostro Papa, notoriamente vicino a Comunione e Liberazione, faccia assiduamente “Scuola di Comunità”.

La Scuola di Comunità è l’incontro periodico tipico del movimento di CL. Ecco cosa ne diceva il fondatore: “Dobbiamo parlare della vita, ma alla luce della nuova esperienza che abbiamo incontrato con Gesù. [L’esercizio] deve essere lo sviluppo di un incontro con Cristo ed il segno che la Scuola è guidata è che uno esce cambiato, è un posto dove l’impulso affettivo di comunicare con la cultura è fortificato alla luce della fede, e serve a generare un’attenzione ai bisogni delle persone, una carità che si esperim nella consistenza organica di un Lavoro”.

Pare che la scuola di comunità avvenga di sabato, come a volerlo ricaricare delle energie spese la settimana prima delle incombenze liturgiche domenicali. Come possiamo immaginare, il professor Ratzinger pare non si risparmi nella preparazione della Scuola, anche se sembra abbia confessato il dispiacere di non avere abbastanza tempo per leggere in anticipo il testo. Dato che Benedetto XVI non è membro di CL, pare che la Scuola sia ”diretta” da una della Memores Domini (ordine di laici consacrati di CL) che servono il Papa fin da prima dell’elezione.

Cordoba: Cattedrale o Moschea?

Continua la controversia sulla Cattedrale di Cordoba. La comunità musulmana locale ha chiesto all’arcivescovo di Cordoba l’uso per la preghiera comunitaria della Cattedrale. Alla base di questa richiesta sta il fatto che la Cattedrale, prima della Reconquista, era una moschea. Interessantissimo l’articolo su Avvenire di padre Samir SJ che spiega con chiarezza e concisione il motivo del rifiuto dell’arcivescovo di Cordoba Juan José Asenjo Pelegrina (dichiarando testualmente che questa ipotesi «genererà confusione tra i fedeli» e «non contribuirà a una coabitazione pacifica tra i credenti» e aggiungendo: «Noi, cristiani di Cordoba, desid eriamo vivere in pace con i credenti di altre religioni, ma non vogliamo essere sottomessi a delle pressioni continue che non contribuiscono alla concordia»). Interessante soprattutto per la sua semplicità il fatto che se è vero che la Cattedrale era una Moschea, è ancor di più vero che la Moschea è stata costruita sulle macerie di una precendente Cattedrale. Meditate gente meditate.


Nuovo arcivescovo di Varsavia, comunista?

La nomina di Wielgus ad arcivescovo di Varsavia conteneva già da subito una particolarità: il titolo di Primate di Polonia, tradizionalmente coincidente con quello di arcivescovo di Varsavia, sarebbe rimasto al cardinal Glemp, vescovo “uscente”. Il neo-arcivescovo Stanisław Wojciech Wielgus, invece, prima ancora della sua messa di installazione, è stato accusato di aver

collaborato con la Sluzba Bezpieczenstwa (SB) , la polizia politica comunista negli anni Sessanta e Settanta. Dopo aver negato sdegnatamente, è notizia di questi giorni la sua ammissione di colpa. Va sottolineato che molti preti dovevano necessariamente e loro malgrado avere rapporti con i servizi segreti e non è chiaro se l’attività di spionaggio dell’arcivescovo abbia effettivamente causato danni alla Chiesa polacca. Ora che Wielgus ha ammesso le sue colpe e espresso il suo rammarico per ciò che ha fatto e per aver mentito. La palla ora torna al Palazzo Apostolico, che si trova in una situazione di evidente imbarazzo: il Vaticano fino a prima di Natale aveva fatto fede alla versione di Wielgus, affermando che il Santo Padre era “a conoscenza” del passato dell’Arcivescovo. Ora in molti in Polonia chiedono di fare mac china indietro. Wielgus ha rimesso ogni decsione al Papa. Nei prossimi giorni si saprà quali sono le (eventuali) decisioni prese dalla Santa Sede.


New York

Tra non molto il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, volerà a New York per presentare la rivis ta Oasis, rivista edita in italiano, inglese, arabo e urdu pensata per i cristiani dell’Asia e dei paesi a maggioranza musulmana.


Roma - Via Po – Nunziatura Apostolica di Italia e San Marino,
Nunzio Apostolico CERCASI.


Il Santo Padre h
a nominato l’arcivescovo Paolo Romeo alla sede di Palermo. Il posto prestigioso suona tuttavia come il più classico dei promoveatur ut amoveatur. Il Nunzio Apostolico in Italia, fedelissimo del cardinal Sodano (già segretario di stato) aveva avuto alcune “divergenze di opinione” con il santo padre a proposito della gestione del dopo-Ruini alla presidenza della CEI. Aveva infatti indisse una consultazione epistolare tra tutti i vescovi italiani perchè ne indicassero il successore senza informare il Santo Padre di questa iniziativa. Iniziativa grave soprattutto perché in Italia il presidente della CEI è (nonostante qualche monsignore vorrebbe diversamente) nominato direttamente dal Papa e non eletto dai vescovi.

Questa nomina “scopre” la casella molto ambita di Nunzio Apostolico in Italia. Il Nunzio Apostolico tradizionalmente ha una grandissima influenza nella nomina dei vescovi. Questa influenza è un po’ minore in Italia, vista la contiguità con la Santa Sede, sarà tuttavia interessante vedere chi sarà il suo successore